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Herta Muller vista da un critico romeno Stampa E-mail

Uno strano Nobel

di Stefan Damian
Università di Cluj (Romania), Segretario Generale AICL

La notizia della concessione del Premio Nobel per la letteratura ad una scrittrice di lingua tedesca ha fatto già il giro del mondo. E non perché sia stato vinto da uno scrittore che si era nel frattempo imposto nella coscienza del grande pubblico. Anzi. Herta Muller è poco conosciuta nel suo Paese d'origine (da dove emigrò in Germania nell'ottavo decennio del secolo scorso, dopo un passato di traduttrice in una fabbrica e un'attività pubblicistica poco rilevante). I suoi libri tradotti e pubblicati in romeno a cominciare dal 1984 non hanno goduto dell'apprezzamento degli intellettuali romeni non per motivi etnici o linguistici, ma perché questi conoscevano le verità e le mezze verità raccontate dalla scrittrice.

Erano realtà vissute non solo dagli Svevi del Banato dove la scrittrice nacque, ma anche da numerosissime famiglie romene, e di altre etnie, viventi in quella provincia romena che confina con la Serbia. Una provincia con una storia molto travagliata: alla metà del XVI secolo il Banato di Timisoara divenne pascialato turco dopo aver combattuto le forze ottomane per parecchi secoli. Agli inizi del XVIII secolo i turchi saranno scacciati dalle forze austriache (Eugenio di Savoia) che stabilirono nel Banato un cordone militare, colonizzando, oltre agli Svevi, anche gli slovacchi, i cechi, gli italiani, gli spagnuoli e i romeni di altre province (croati, ungheresi), tanto che, durante la mia infanzia, esistevano tredici etnie diverse che vivevano sia in comunità unitarie, sia frammiste tra loro. Dopo la II Guerra Mondiale, le autorità di occupazione sovietiche compirono atti di intollerabile barbarie contro numerosissimi cittadini inermi, donne e bambini. Con l'avvento del comunismo di tipo russo e la collettivizzazione delle terre (dopo l'esproprio delle grandi proprietà, e delle fabbriche), molte persone furono costrette a subire la fame, la prigione, le deportazioni. Gli Svevi (anche se cittadini romeni) avevano fatto parte, durante la guerra, dell'esercito tedesco, o avevano aderito alle famigerate SS, tanto da subire, dopo, numerose vessazioni da parte dello stato romeno su incitamento dei sovietici.
La reintegrazione della minoranza sveva nella società romena avvenne già verso gli anni Sessanta, e, con l'accordo tra la Romania e la Repubblica Federale Tedesca, poterono emigrare in questo paese. L'accoglienza non fu una delle migliori (in Germania dovettero sottoporsi alle lezioni di "integrazione", migliorare la cultura e la lingua, e, soprattutto, dimenticare l'esperienza comunista accumulata; per questi motivi vissero, per un certo periodo, in appartamenti plurifamiliari, ciò determinando alcuni ritorni nelle terre d'origine.
Come si sa, Herta Muller ha vissuto e studiato in Romania per numerosi anni. Nata subito dopo il 1950, la sua infanzia non poteva non essere toccata da tali avvenimenti e in famiglia sicuramente aveva recuperato un passato difficile da dimenticare. La memoria della scrittrice, però, è selettiva, ha la tendenza a recuperare con linee troppo forti, e da posizioni "pro domo sua", la storia, e a presentarla ai non molti che oggi se la ricordano nel modo più conveniente. Perché, impegnata nel gruppo giovanile di Azione, Herta Muller nutriva, negli anni Ottanta, la speranza di poter abbattere il regime di Ceausescu, rispondendo, così, a determinate spinte provenienti dal paese dei suoi antenati Svevi. E non fu così.
La letteratura che ci propone è generata, dunque, dalle realtà romene. Però, dato che la storia romena è nota ai romeni delle generazioni di Herta Muller, essa non ha, dunque, per i suoi ex compatriti, la rilevanza che potrebbe destare per uno che la conosce poco.

Nella fotografia, il critico romeno Stefan Damian.

Foto di Antonio Mendoza (Venezuela)

 
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